Affacciarsi al nuovo

L’argomento che mi appresto a trattare attraversa una serie di aspetti emotivi, affettivi e cognitivi.

Come se non bastasse, v’è una ampia parte che da un lato ne influenza i meccanismi e dall’altra ne inficia i ragionamenti logici, mi riferisco all’inconscio, tanto spazio di questo articolo è infatti riferito ai processi inconsci.

Per alcuni avvicinarsi al nuovo è qualcosa di stimolante, che suscita curiosità, che stimola a sperimentare, ma attenzione l’eccesso al nuovo, può anche voler dire non sapersi fermare, non avere la capacità di approfondire, e ancora la difficoltà “nello stare” nelle situazioni e nei legami quando questi risultano impegnativi da gestire. Quindi anche gli esploratori, gli sperimentatori, devono accuratamente valutare se la continua ricerca del nuovo non sia una via di fuga. Un sempre nuovo è un sempre vecchio, poichè all’interno della persona si ripete uno schema già noto.

Se per alcune persone il nuovo può rappresentare uno stimolo purchè non ci si avventuri in imprese spericolate per sè e per gli altri, ovvero pericolose per la propria e per l’altrui vita, in quel caso sarebbe patologico…c’è anche chi il nuovo lo teme oltremodo.

Del resto non tutto quello che è nuovo si guarda con fiducia e speranza, in alcuni casi infatti prevale la diffidenza e il timore dell’ignoto, e meno male (a piccole dosi) che ci siano, poichè la prudenza può darci spazio e tempo per valutare a cosa o a chi ci avviciniamo.

Il nuovo tuttavia non è solo quello che è all’esterno di noi, anzi questa è la parte contingente; il vero nuovo, il nuovo del nuovo ,è il nostro cambiamento interiore, la scoperta di noi stessi. E’ comprensibile che una scoperta (scoprire= vedere qualcosa di nuovo), possa mettere ansia, paura, senso di privazione per il vecchio appena lasciato.

Il nuovo è un cambiamento nel nostro sistema interiore. Il nuovo porta caos. E’ un elemento non noto che subentra nel nostro sistema… e lo sconvolge.

Per noi esseri umani, gli schemi interni sono cari, ci coccolano e li coccoliamo, anche quelli apparentemente disfunzionali hanno una ragione di esistere, soprattutto perchè li conosciamo, sono schemi a noi familiari, sono la famiglia.

Pensiamo ad un depresso, quale caos interiore possa attraversare per riuscire a stare bene, un caos emotivo e affettivo. Nel cambiamento si abbandonano i vecchi schemi e non è poco… ed è difficile… perchè i vecchi schemi ci hanno fatto da mamma e da papà. Un dipendente da X cosa vorrebbe cambiare, ma che dolore, quale sofferenza deve attraversare abbandonando le proprie procedure mentali ed emotive. Il nuovo da un senso di smarrimento, perchè è un nuovo interno, è come lasciare la migliore delle mamme che fin qui ci ha accudito e andare verso altro, senza certezze; ecco che anche la più disfunzionale delle patologie è funzionale a quella persona, perchè è a casa propria, e nel cambiamento è insito il dolore, se non altro per il sol fatto di abbandonare i nostri schemi esistenziali.

Guardarsi dentro, è un vedere le proprie meraviglie ma anche i propri mostri ed una volta fotografata la nostra popolazione interna, vi è la parte più impegnativa (oltre quella di per sè difficile che è il guardarsi dentro), che è cambiare la propria popolazione interna, anzi la maniera con cui ci relazioniamo con la popolazione interna.

Quello che chiamo popolazione è una metafora riferita alla nostra emotività, alle nostre difese, ai nostri processi cognitivi, nello specifico parlo della relazione che c’è tra noi e la paura, tra noi e l’aggressività, tra noi e l’abbandono, tra noi e il lutto, tra noi e il nuovo… e le difese che mettiamo in campo: seduzione, svalutazione, disconoscimento.

Una serie di strategie che mirano ad ergere muri, per paura del cambiamento, dell’ignoto vs il già noto. Il noto è casa nostra, sarà piccola, trascurata, poco accogliente, ma è nostra.

Ci vuole tanto coraggio per affrontare il nuovo.

Il nuovo che si insidia nel nostro sistema è portatore della crisi interna. E’ come procurarsi volontariamente un terremoto interiore.

Eppure senza questo terremoto, senza questa crisi, tutto permane immutato, si gira sempre dentro lo stesso labirinto, non si apprende nulla che non sia già noto, si rimane imprigionati dentro un vortice, all’interno di un quadro che ha sempre il medesimo paesaggio e ad un quesito che risponde sempre alla stessa soluzione.

Il nuovo è il cambiamento, ed è una impresa titanica.

L’uomo può più facilmente progettare grattacieli, costruire laghi artificiali nel deserto che fare un cambiamento interiore. Questi è la vera opera creativa, la più arricchente.

E’ il capolavoro di se stessi.

Il nuovo non si affronta con arroganza, perchè si rischia di cadere dopo pochi passi, nemmeno con la troppa diffidenza perchè si finirebbe solo a guardare, senza mai riuscire a fare un passo.

Il nuovo si affronta con un pizzico di umiltà e un pizzico di coraggio, consapevoli che ci sarà uno scossone interno, un senso di smarrimento e la voglia di tornare indietro (al vecchio).

Il nuovo non si può affrontare da soli, nemmeno superman vi riuscirebbe e anche chi scrive il “suo nuovo” non lo ha affrontato da solo, si rischierebbe di correre alla cieca, di credere di vedere qualcosa di diverso e invece si è nel solito labirinto, nella solita trappola. Il nuovo si affronta con una persona che noi scegliamo che possa scoprire insieme a noi che cosa stiamo guardando e che forse un passo verso il nuovo lo si possa fare insieme.

Per affacciarsi al nuovo, ci vogliono “i numeri”, ci vuole talento, il nuovo non è per tutti, il proprio nuovo è per chi parte come Cristoforo Colombo per una destinazione e ne raggiunge un’altra, il nuovo è per chi ha il coraggio di abbandonare il proprio paesello interno e scoprire il proprio continente inesplorato.

Sono già sulla vostra nave, se avete la forza di salpare.

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